Padre Riccardo Novati - Comboni Centre Onlus - Sogakofe - Ghana

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Padre Riccardo Novati

Chi siamo
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Curriculum Vitae et Studiorum
Nato a Cisano Bergamasco (BG)
il 19 gennaio 1933.

Studi ginnasiali presso l'Istituto Paolo Sarpi di Bergamo nel 1949.

Noviziato Comboniano di Firenze
dal 1951 al 1952.

Liceo Comboniano di
Verona
nel 1953.

Filosofia e teologia presso l'Università di Propaganda Fidae a Roma dal 1953 al 1958.

Assistente Scout del X° Roma dal 1957 al 1958.

Corso di leprologia in Spagna nel 1958.

Insegnate di Storia al liceo Comboniano di Lucca dal 1959 al 1961.

Studio dell'inglese a Londra nel 1962.

Certificato di Scout Master a Gilwel Park, Inghilterra nel 1962.

Missionario in Uganda dal 1962 al 1967.

Certificato di Periodical Journalism al Polythecnic di Londra dal 1968 al 1969.

Fondazione della Parrocchia di Aloi, in Uganda,
con scuola tecnica, dispensario e maternità tra il 1970 e il 1975.

Assistente ACSE (Assistenza Comboniana Studenti Esteri) dal 1975 al 1985.

Fondazione dell'Istituto "Nuova Africa" per la Cooperazione Tecnica (MAE), Milano nel 1978.

Varie Missioni per progetti di Cooperazione in Africa (Uganda, Tanzania, Zambia, Togo, Gabon) dal 1978- al 1985.

Fondazione del Comboni Centre a
Sogakofe in Ghana nell'anno 1985.

Nominato "Ufficiale della Repubblica" nel 2001.



Il 31 luglio 2015 è tornato alla casa del Padre.


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... Comboni Centre Story ...
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... intervista a Padre Riccardo Novati ( 2007 ) ...
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L’evangelizzazione risponde al comando di Gesù: “Andate e predicate a tutte le genti”. Le opere fondamentali che derivano da questo insegnamento sono l’evangelizzazione, l’assistenza sanitaria e l’educazione.
 
Seguendo le orme di Daniele Comboni, anche noi qui a Sogakofe, abbiamo cercato di perseguire questi obiettivi. “Salvare l’Africa con l’Africa”, certamente, ma con la consapevolezza che anche noi possiamo imparare tanto da altre culture, senza la tipica presunzione intellettuale del mondo occidentale “industrializzato”.
 
Quando sono stato inviato in Ghana, nel 1985, ho dovuto darmi subito da fare per ottenere un po’ di terreno per la missione. Un comboniano mi disse: “Basta che tu lo chieda!”.
 
Fui incredulo, ma andò proprio così: con un accordo intercorso con il Paramount Chief e le famiglie di Fievie, ho avuto questi sessantacinque ettari di terra. L’unica condizione che mi posero fu che facessi costruire un ponte che permettesse di passare da una sponda all’altra di un piccolo canale che portava al fiume Volta.
 
La costruzione del ponticello non fu semplice.
 
L’opera fu realizzata grazie all’aiuto dell’ing. Peppino Lodigiani, conoscitore e amante del Ghana, che con l’ impresa Impregilo aveva costruito la diga di Akosombo negli anni Sessanta.
 
All’inizio le difficoltà sono state molte: il terreno era costituito da savana, a tratti paludosa, non livellato, mancava l’energia elettrica in tutta la zona. Con l’aiuto di alcune imprese europee che lavoravano nella zona siamo riusciti a completare le prime opere di sistemazione.
 
Si intensificò in quel periodo l’amicizia con Luigi Grisoni, che già conoscevo dalla mia esperienza in Uganda.

Conoscitore dell’Africa e seguace degli insegnamenti di Albert Schweitzer, da lui ho avuto in donazione i primi due bungalow della ditta Edilsider e così ho potuto abbandonare la parrocchia e trasferirmi nel del territorio del Comboni Centre.

La prima costruzione è stata la Vocational School (scuola professionale).

Contemporaneamente il “Gruppo 3”, una organizzazione di Milano, ha tentato di produrre energia con il sistema eolico, che però non ha dato molti risultati. Successivamente, è stata installata un substation per l’erogazione di energia elettrica. Si erano create così le premesse strutturali per avviare altri importanti progetti.

Lei è stato per tredici anni in Uganda come giovane missionario. Successivamente ha operato in Italia per dieci anni, occupandosi di problematiche legate al mondo delle missioni in Africa. Finalmente è stato inviato in Ghana, a Sogakofe, dove, come ci raccontava poco fa, partendo dal nulla, ha fondato il Comboni Centre. Che differenze ha incontrato fra Uganda e Ghana, soprattutto in ambito pedagogico?
 
L’Uganda è un paese molto più verde e con un clima molto più mite del Ghana. Nel Nord Uganda l’istituto comboniano aveva una buona tradizione scolastica: le nostre scuole sono sempre state fra le migliori.

Tuttavia, l’esperienza delle scuole per me era indiretta, essendo io impegnato più direttamente nelle attività di evangelizzazione.

In Ghana la popolazione è relativamente un po’ meno distante dalla nostra cultura. Inoltre c’è poca tradizione scolastica professionale, sia a livello governativo che ecclesiale. In Uganda avevamo educatori che in buona parte erano missionari o volontari laici, per cui insegnavano veramente il mestiere; ora, invece, le scuole tecniche non sembrano più in grado di svolgere questo compito prezioso.

Questo fenomeno mi pare sia diffuso un po’ in tutta l’Africa. Così, salvo rare eccezioni, non ci sono più scuole professionali o tecniche con insegnanti che insegnino veramente il mestiere.

Sulla base di questa esperienza, come ha pensato di gestire la Vocational School a Sogakofe e da chi è stato supportato per l’insegnamento?

All’inizio pensavo che ogni reparto o indirizzo scolastico dovesse avere almeno un volontario; ma mi sono accorto poco dopo che i volontari non stavano volentieri nelle scuole.

Ho ritenuto quindi più opportuno utilizzare i volontari soprattutto per la formazione del personale locale. Ho avuto volontari provenienti da associazioni americane, giapponesi, svedesi e tedesche che si sono fermati alcuni anni. Inoltre, amici artigiani italiani, utilizzando i loro periodi di ferie, hanno contribuito alla formazione del personale locale.
 
Dopo queste prime esperienze, il progetto educativo si è ampliato: dopo il Vocational/Technical Institute, è stato aggiunto l’asilo, le scuole elementari e medie, la scuola tipografica e altre strutture per i corsi di aggiornamento.
 
A parte questo impegno, cosa ha sviluppato in quegli anni?
 
Ho iniziato una piccola azienda agricola, sempre a scopo didattico, dove gli studenti possono imparare a coltivare meglio le colture locali tradizionali. Ho cercato di arricchire l’attività con l’allevamento degli animali, utili anche per la produzione in proprio di concimi naturali e per soddisfare le necessità alimentari del centro.
 
Attualmente abbiamo l’allevamento di pecore, mucche, conigli, galline e, ultimamente, struzzi.
 
Anche il veterinario della zona, oltre alla cura dei nostri animali, collabora all’istruzione degli studenti.
 
Quando gli animali sono ammalati, insisto molto perché gli studenti apprendano come si curano e facciano il più possibile esperienze dirette.
 
Queste scuole professionali contribuiscono anche allo sviluppo stesso del Centro?
 
Certamente, la falegnameria produce capriate, porte, sedie e il mobilio necessario per gli alloggi e il reparto clinico. Gli elettricisti, gli idraulici, i carpentieri e i muratori curano la manutenzione degli impianti e delle costruzioni. La tipografia stampa quanto è necessario per la scuola e la clinica. Il reparto di alluminio, provvede infissi, porte, finestre, armadi, ecc. in alluminio.
 
Dal laboratorio di ceramica, uno degli ultimi valorizzati, escono ceramiche lavorate e mattonelle cotte in forno che servono per produrre pavimentazioni per la missione.
 
La risposta degli studenti è soddisfacente, al di là delle mere valutazioni sul profitto scolastico?
 
Intendo dire, si impegnano e sono motivati?
 
Hanno un impegno diverso rispetto ai nostri standard. Il discorso è difficile.
 
Rifacciamoci all’inizio dell’intervista, quando ho citato Gesù che ci dice: “Andate e predicate”.
 
Naturalmente, quando si parte per la missione si porta con sé anche lo spirito del Vangelo, la cultura da cui si proviene, la cultura occidentale, italiana, “romana”.
 
Questo è ovvio.
 
D’altra parte, quando si viene a predicare non bisogna dimenticare che l’importante è lo spirito più autentico del Vangelo. Noi occidentali lavoriamo sempre secondo la logica dell’efficientismo.
 
Ma siamo così sicuri che questi criteri siano validi anche qui?
 
Mi spiego meglio: dobbiamo essere noi ad adattarci a questa realtà in ambito didattico, così come devono fare i medici volontari in ambito di assistenza sanitaria e diffusione della cultura della prevenzione.
 
D’altra parte, mi sia concessa anche la seguente osservazione che mette in luce, da un lato, una contraddizione di fondo delle popolazioni africane e, dall’altra, la difficoltà di operare in queste regioni del mondo: l’africano spesso prova una certa invidia per il tenore di vita dell’Occidente e vorrebbe raggiungere lo stesso grado di benessere, ma senza adattarsi alla cultura dell’efficientismo.
 
Credo di poter dire che noi, qui, stiamo tentando una via di compromesso: una sfida certamente impegnativa.
 
Girando per il Centro abbiamo visto una scuola tipografica, un reparto computerizzato di pre-stampa e un’aula di informatica. Perché questa scelta?
 
Il mio obiettivo in ambito di formazione, una volta garantite le basi impartite agli studenti nelle scuole professionali, è sempre stato, come per l’ambito sanitario, di portare quello che di più utile e innovativo può inserirsi in un contesto nazionale di sviluppo e modernizzazione del Paese.
 
Così, partendo da una vecchia macchina da stampa, passo dopo passo, abbiamo sviluppato tutto il reparto che ora ospita la fotocomposizione, la stampa e la legatoria. I nostri prodotti vanno dagli opuscoli e fino ai libri.
 
Oltre alle scuole e alla sanità, cosa si è sviluppato in questi anni al Comboni Centre di Sogakofe?
 
Si dice comunemente che da cosa nasce cosa. I bisogni si vedono con il passare degli anni. La modernizzazione del Paese in cui si opera aiuta la crescita anche delle strutture. Per cui, quando nel 1998 sono state liberalizzate le radio, io sono stato fra i primi ad aprire una stazione radiofonica, la Comboni Radio.
 
Lo scopo era quello di avere un altro mezzo che “superasse le distanze fisiche” per diffondere cultura di prevenzione sanitaria, cultura in generale e buona musica.
 
E tutte quelle strutture come l’officina meccanica, la blocchiera, il ristorante, il bar, la conference hall?
 
Il parco macchine è piuttosto numeroso: pick-up, trattori, bus, ambulanze, pompe idrauliche, ecc. hanno continuo bisogno di manutenzione. Inoltre c’è sempre bisogno di prisme di cemento per le costruzioni.
 
Il Polyclinic si è evoluto fino ad arrivare a centocinquanta posti letto per degenti, e quindi è nata l’esigenza di fornire un supporto per le strutture esistenti: abbiamo dovuto pensare ai parenti degli ammalati e ai ricoverati presso il Centro.
 
Per loro è stato creato il bar e il ristorante, che è aperto al personale del centro e anche agli esterni.
 
A tal scopo sono nati gli ostelli per gli studenti delle scuole tecniche, che ospitano duecentocinquanta ragazzi e altrettante ragazze, mentre gli altri studenti vanno a dormire a casa.
 
Inoltre, queste infrastrutture sono funzionali ai momenti di aggregazione e di ricreazione. Per esempio, dopo la messa domenicale, tutti i bambini del Comboni Centre e dei dintorni si trovano sotto la grande pagoda del bar a giocare, danzare e mangiare un gelato.
 
A noi forse potrebbe sembrare poco, ma la gioia che leggiamo nei loro occhi è un nutrimento per le nostre anime.
 
Durante le feste più importanti abbiamo una banda e un coro che rallegrano con la musica i momenti di gioia collettiva: tutti si radunano e danzano festosi indossando i loro abiti più colorati.
 
La conference hall è una delle ultime importante realizzazioni. Sono più di mille metri quadri coperti. Servirà per gli incontri liturgici e le riunioni.

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